discorso di Liverio Carollo 25 aprile

by auserthiene on

Dico la verità, mi sento alquanto emozionato. E’ la prima volta che parlo in questo luogo significativo, in questa piazza dedicata alla grande anima del Comandante Giacomo Chilesotti. 

Ma sono anche orgoglioso di potere pubblicamente onorare i partigiani. Quella della Resistenza infatti è storia non ancora archiviata. Su di essa non è caduta la polvere delle cose trascorse. La nostra società e i valori su cui è impostata è emanazione diretta della resistenza partigiana. Un cordone ombelicale, che ci dà respiro, ci lega ancora oggi alla Resistenza. 

Sono attualmente frequentatissime le celebrazioni partigiane nell’arco dell’anno. Fioriscono pubblicazioni, incontri, dibattiti, escursioni sui luoghi della lotta, anche con le scuole, con gli studenti. 

Fino a 15-20 anni fa non era così. Io nella mia carriera scolastica ho avuto insegnanti che ricordo con profondo affetto perché mi hanno dato tanto sotto il profilo culturale ed umano, ma non ho mai sentito parlare di Resistenza. Eppure ho fatto le elementari a 300 m dal cippo dove cadde Silva. Anche nei libri scolastici la storia si fermava alla Prima Guerra Mondiale, oltre non si andò mai ai miei tempi di studente.

Ma anche chi partecipò alle campagne di guerra non tendeva a parlare e a noi giovani non interessava chiedere, almeno fino alla fine degli anni ’80. Mio padre fu un IMI. Nulla so oggi della sua vicenda. Io in quegli anni non chiedevo. Lui non parlava. 

Probabilmente mediante il silenzio si voleva dimenticare un periodo angoscioso e irto di pericoli di privazioni, di paure. 

Oggi che i vecchi combattenti a uno a uno se ne vanno, l’interesse è germogliato con vigore e i fatti della Resistenza, lavati dalle scorie dell’animosità e dei contrasti, emergono con una limpidezza storica impensabile solo venti anni fa. 

Perché questo interesse? Io penso che sia perché ci si accorge che i combattenti partigiani portano valori di spessore. Mentre oggi la nostra società ne ha pochi di valori e quei pochi sono effimeri, sciatti, di breve periodo e parecchio legati ad una visione contingente e materiale delle vita. 

Questi combattenti partigiani venivano in maggioranza da una realtà fatta di guerra, di privazioni e di disagi, se non di fame vera e propria. 

Però c’era in questi giovani, pur se a livelli diversificati di coscienza, l’entusiasmo, la voglia di costruire insieme, dalle fondamenta qualcosa di nuovo, di grande, di importante, nel lungo periodo, non nel breve. In sostanza dare vita ad un nuovo modo di vivere assieme. Per questo oggi vengono da noi riconosciuti sotto profili di valore. 

Questi giovani, poco più che adolescenti, come prima cosa ebbero il coraggio di dire no alla dittatura nazifascista che li chiamava a combattere. E dissero no perché 

. erano stufi (loro e i loro congiunti) di guerre sanguinose che avevano affamato l’Italia, guerre di pura aggressione, combattute contro gente che nulla ci aveva fatto. I giovani della Resistenza volevano solo lavorare e vivere in pace; 

. non volevano collaborare col tedesco, visto come tradizionale nemico. Non si dimentichi che la nostra area fu zona praticamente di prima linea durante la Prima guerra Mondiale (dal 1916 al 18); qua venivano i feriti e a farsi curare e i sopravvissuti alle battaglie a riprendere fiato. Non era facile, per i ragazzi e le ragazze dire di no in quel momento: 

. perché non si sapeva quanto la guerra sarebbe durata; 

. si accettava di vivere ricercati e braccati con una vita tormentata da ansia e terrore; 

. si rinunciava, come militari, a un vestito, al vitto, a una paga che non era poco in quegli anni durissimi; 

. ma soprattutto si metteva a rischio la vita propria e quella dei propri familiari. 2 

Con ciò non voglio fare la santificazione dei giovani e delle giovani della Resistenza. Tutti eroi, pieni di ideali, combattenti intemerati. Non è così, non succede mai così nelle vicende umane. Mai tutto bianco o tutto nero. Accanto a grande accortezza, generosità e coraggio luminoso che, BADATE BENE, NETTAMENTE PREVALSERO, ci furono certo manchevolezze, azioni avventate, furberie anche tra i partigiani e spesso lo sentiamo dire tra la gente comune. Ma noi dobbiamo andare oltre il caso singolo, dobbiamo valutare la risultante storica della lotta partigiana e guardare a cosa complessivamente portò. Anche nel corso della Rivoluzione Francese ci furono efferatezze, vendette inaccettabili e sangue innocente, ma nessuno si sogna di negare che la Rivoluzione Francese fu un gigantesco passo in avanti della civiltà occidentale. 

A chi partendo da qualche singolo fatto tenta di denigrare la Resistenza ricordiamo sempre che dietro al più scalcinato e infido dei partigiani vi erano gli Alleati, la fine della guerra, la pace, la Costituzione; dietro al più onesto e coerente dei nazifascisti vi erano le leggi razziali, la dittatura e i campi di sterminio. 

L’AZIONE DEI PARTIGIANI VA ONORATA, IO PENSO, PER ALMENO tre MOTIVI. 

1- Perché in extremis essi hanno dato dignità all’Italia. 

Alcide De Gasperi, quando nell’immediato dopoguerra si presentò alle trattative di pace con gli Alleati, certo non fu applaudito, rappresentava un paese sconfitto che aveva scatenato la guerra, ma fu guardato con rispetto. Perché con rispetto? Perché era un grande statista, un uomo di elevata statura morale che aveva carisma già di suo, ma soprattutto perché aveva alle spalle Silva, Chilesotti, Loris, Brandellero, Armonica, i massacrati di Cefalonia e il rifiuto di combattere di migliaia di internati, in una parola aveva a fianco i ragazzi e le ragazze della Resistenza. 

2- La Resistenza, oltre ad avere come frutti la Costituzione e la democrazia, fu anche una affermazione di pace. Coloro che, uomini e donne, combatterono e soffrirono lo fecero anche per la pace. 

Nel 1944-45 eravamo in guerra con tre quarti di mondo. Non se ne poteva più. I giovani, come ho detto, si diedero alla guerriglia anche per questo. Noi, anche sulla scorta del loro sacrificio, abbiamo vissuto finora 70 anni di pace! Un fatto quasi incredibile, se consideriamo la storia europea. E spesso non ce ne rendiamo conto. Siamo nati nella pace e pensiamo che sia un bene, acquisito, garantito una volta per tutte. Invece è un bene fragile, volatile che va difeso settimana per settimana, mese per mese. Quanto sia prezioso ce ne accorgiamo in questi giorni in cui nembi di bufera si avvicinano ai confini europei in Nordafrica, nell’est del Mediterraneo, muri vengono innalzati alle frontiere, e i bagliori sinistri del fanatismo accendono le città europee. 

La pace in questi anni di cambiamenti va difesa con la solidarietà, gettando ponti e dialogando con queste nuove culture che oggi ci stanno accanto e che vengono da lontano. La presenza straniera in Italia (e in Europa) non è una parentesi. E’ un fatto che sarà continuativo e di portata storica. Un fatto che per la prima volta dal 1945 viene realmente ad incidere sul nostro modo di vivere, sui nostri schemi culturali e sulle nostre sicurezze economiche. Con questo nuovo fenomeno vengono messi alla prova i nostri valori, quelli profondi che costituiscono il collante del nostro vivere assieme. 

Lo straniero arriva per tanti motivi, per questioni economiche, per trovare pace, ma soprattutto arriva perché il mondo si è fatto piccolo. Gli spazi oggi si annullano. Le conquiste tecnico – scientifiche che abbiamo fatto portano a questo. 

Ricordo quando ero ragazzo, negli anni ’50 – 60. Abitavo allora a Mortisa di Lugo e quando con mia madre dovevamo recarci a Calvene, ci vestivamo col vestito della domenica e le donne alla fontana che ci vedevano passare, chiedevano a mia madre se faceva viaggio! Da Mortisa a Calvene, 2 Km e mezzo. Si faceva viaggio! Questo per dire quanto in una generazione e mezza è cambiato il mondo. 3 

Sì più controlli, sì ad accertare chi ne ha diritto e chi no, sì alla collaborazione europea, sì all’intercettazione ed espulsione dei fanatici e dei loro fiancheggiatori, ma è impossibile bloccare LA PRESSIONE dell’emigrante. Non è solo il mondo in pace e il mondo in guerra che vengono oggi a contatto diretto, c’è qualcosa di più profondo e totale: oggi sono a due passi l’uno dall’altro anche il mondo di chi ha terra fertile e di chi ha deserto, il mondo di chi ha accesso all’acqua e chi no, il mondo di chi ha assistenza sanitaria e di chi neanche sa cosa sia, il mondo dei bambini che vanno a scuola e di coloro che non conoscono maestri, di chi ha un po’ di sicurezza nella vecchiaia e di chi ha solo cenere. E’ un problema enorme quello che viene avanti. Rendiamoci conto che la comunità monoetnica e monoculturale non ci sarà più in futuro. E allora solo l’integrazione salverà la convivenza pacifica. Disponibilità, duttilità, rispetto, apertura, intelligenza, da parte nostra e da parte dell’immigrato, sia ben chiaro, sono le medicine che assicurano la pace sociale. Integrazione e conoscenza reciproca sono anche i mezzi per prosciugare quel brodo limaccioso fatto di risentimento, ghettizzazione, diffidenza, paura dove trova nutrimento il fanatismo criminale che vediamo all’opera. Sia chiaro che nel mirare all’integrazione dei nuovi arrivati punto di riferimento e orientamento permanente devono essere i principi della nostra Costituzione ai quali mai dobbiamo rinunciare. 

E’ quello con gli immigrati un dialogo necessario quanto difficile e non scontato che turba, ne sono sicuro, il vostro animo, come turba il mio. Ma non c’è alternativa al dialogo. 

3- I giovani e le giovani che fecero la Resistenza erano non solo di pace, ma anche con speranza nel futuro. Sono poi quelli che hanno dato avvio alla ricostruzione, al boom economico e al decollo del nostro paese. E speravano. E nel mentre si davano alla guerriglia, scommettevano nel futuro. Non c’è infatti cambiamento se non c’è speranza. Non c’è mai stato un grande uomo, un rivoluzionario, esploratore, missionario, un ricercatore che non sia stato un ottimista, cioè un uomo di speranza. E’ la speranza la benzina che muove l’operare. 

Anche noi oggi dobbiamo sperare. E’ vero che per i nostri giovani difficilmente si ripeteranno gli anni fortunati che abbiamo vissuto noi ormai anziani; è vero che nella nostra società ci sono mafie, cialtronerie, evasioni fiscali, corruzione, elementi che hanno contribuito a creare il debito e che rendono più difficile la creazione di posti di lavoro, ma chi compie le cialtronerie è sempre una minoranza. Per ogni disonesto truffaldino ci sono 10 onesti che lavorano con coscienza e che si mettono pazientemente in fila agli uffici postali per pagare le tasse; c’è gente magnifica che dedica tempo al volontariato e al servizio sociale. Solo che questi non fanno audience e non cadono mai sotto l’occhio delle telecamere. Il furto è la truffa stridono e sferragliano, attirano l’attenzione e allora pare che tutto sia marcio. E allora di fronte a qualcosa che va male si sente sempre la solita frase tetra e deprimente: “Serte robe le capita solo in Italia”. Basta con questa sfiducia a priori. Questa ci impedisce di sfruttare le grandi potenzialità che noi italiani abbiamo in termini di intelligenza, di iniziativa, di cuore, di solidarietà, di storia e di cultura. Caratteristiche per le quali non siamo secondi a nessuno. Impegnarci onestamente nutrendo speranza, anche questo è il messaggio che, a distanza di 70 e più anni, ci passano i partigiani che stamattina, qui in piazza, siamo venuti a commemorare. 

Written by: auserthiene