Discorso di Liverio Carollo Val Barbarena 2017

by auserthiene on

Il magg. Wilkinson, qui caduto l’8 marzo 1945 diede il nome alla Missione britannica che operò nelle nostre zone dall’agosto 1944 fino alla Liberazione. Tutti i partigiani delle nostre prealpi e della pedemontana la conoscevano come Missione Freccia. Oltre che dal maggiore era composta dal capit. Woods, che siccome di nome faceva Cristoforo, i partigiani subito lo chiamarono Colombo. Alla Missione si aggiunse poi anche il (  ) Orr – Ewing, con nome di battaglia Dardo.

La Missione fu paracadutata in Paù il 12- 13 agosto 1944 per prendere visione direttamente sul campo delle forze partigiane locali.

Già altre missioni alleate erano state paracadutate al Nord, tra queste fu celebre nelle nostre zone La Marini-Rocco Service. Questa però era composta da soli ufficiali italiani e aveva inizialmente il compito di proteggere e salvare ex prigionieri alleati e curare i vettovagliamenti partigiani mediante gli aviolanci. La Missione Freccia invece era composta da ufficiali britannici appartenenti ai servizi segreti e appositamente addestrati. Essi avevano anche il compito di valutare la quantità e la qualità dei combattenti partigiani e di incidere pure nell’organizzazione delle formazioni. Obiettivo primario era quello di creare un Comando partigiano unico ed efficiente tra il Garda e il Brenta, con il quale gli Alleati potessero comunicare in modo immediato ed efficace nell’ipotesi (che in agosto era ancora in piedi) che la spallata finale ai nazisti fosse imminente.

Sicuramente la Missione aveva pure il compito di valutare gli orientamenti politici di questi combattenti, ma Freccia e Colombo, a onor del vero, seppero restare nel complesso neutrali, valutarono soprattutto l’efficacia militare delle formazioni, senza discriminare.

Tutto ciò avveniva nel settore resistenziale più delicato e difficile di tutto il territorio italiano:

-perché qui c’erano i collegamenti vitali di strade e ferrovie con il Brennero e la Germania

-perché qui i nazisti pensavano di creare una ultima barriera difensiva e ci avevano lavorato febbrilmente con largo impegno di mezzi

-perché qui si erano insediati i comandi principali dell’esercito nazista e della Repubblica Sociale

-territorio difficile infine per la presenza di strade efficienti risalenti alla Prima guerra mondiale che permettevano ai nazisti di spostare in fretta molti uomini e mezzi in azioni di controguerriglia.

Come ben sapete, la Missione fallì nel suo scopo principale: quello di creare un efficiente Comando Unico dal Garda al Brenta. C’erano troppe diffidenze e contrasti tra le formazioni autonome e quelle di tendenza social comunista. Però la Missione agì con efficacia nel tenere i collegamenti con i vari comandanti partigiani, tra questi e il CLN provinciale e regionale e nel programmare i rifornimenti aerei. Ciò finché Freccia fu in vita, ma anche dopo l’8 marzo 1945, sotto la direzione di Colombo e di Dardo. La Missione Freccia aveva anche il compito di comunicare e dare direttive alle altre due Missioni alleate vicine: quella del magg. Brietsche in Grappa e quella del magg. Tillman sul Cansiglio e Bellunese.

I nazifascisti sapevano bene che nella zona operava la Missione Freccia e la cercarono con ogni mezzo.

E lo sa bene Egidio Meneghetti, componente di spicco del CLN regionale di Padova. Quante immonde torture dovette subire da parte della Banda Carità (ai primi di gennaio ’45) che voleva sapere dove stava la Missione e chi la componeva. Meneghetti non parlò, ma solo perché non sapeva dove era.

La Missione infatti si difendeva spostandosi. O meglio la squadra partigiana che faceva da guardia del corpo alla Missione trovava in continuazione sistemazioni diverse. Ciò al fine di non essere individuata dai radiogoniometri tedeschi, o tradita dalla soffiata di qualche spia fascista o incappare in un rastrellamento.

Pensate, la Missione con i suoi spostamenti percorse tutto l’arco delle prealpi vicentine.

Fu, appena paracadutata in Paù, ospitata in Granezza nel Bosco Nero, presso le formazioni Mazzini e Sette Comuni, si trasferì poi in Val d’Assa, nei pressi di Tresché Conca, fu a lungo in Val di Laghi, si trasferì in Val Posina (inizio 1945). Dopo la morte di Freccia trovò ospitalità in Tretto, quindi passò in Val Leogra. Le fasi finali della lotta la videro a Raga, sopra Schio, e infine a Schio nei giorni della Liberazione. Solo per citare i luoghi principali e senza contare gli sdoppiamenti: perché mentre Freccia si trovava in Val Posina, Colombo poteva operare a Rovereto e Dardo essere in un’altra postazione ancora.

Visto ciò ad alcuni di noi del gruppo “Amici della Resistenza” del Thienese è venuto in mente di tracciare e pubblicare un itinerario escursionistico (anche di più giorni) “Sulle orme della Missione britannica” nelle nostre montagne. A dire il vero l’idea era venuta al compianto amico Gastone Dalla Via, ex sindaco di Tonezza che purtroppo ci ha lasciato qualche mese fa, privandoci della sua conoscenza ed esperienza.

L’idea di un cammino sulle orme della Missione ha lo scopo principale di allargare la conoscenza della Resistenza e dei suoi valori ad una platea più vasta di persone, a quelle che non vengono alle annuali celebrazioni, ai giovani soprattutto che della Resistenza sanno poco.

Con i giovani delle scuole e con gli insegnanti, ad esempio, abbiamo avuto abbiamo fatto belle esperienze in questi ultimi anni, proprio sfruttando gli itinerari partigiani di Granezza e dei fratelli Carollo a Mortisa. Questa primavera vi abbiamo portato 120 alunni.

L’escursione guidata con visita al cippo, al monumento, ai luoghi insomma della lotta partigiana, rimane impressa nella mente e nell’interiorità dei giovani con un riflesso positivo permanente.

Quando portiamo una classe di scuola su un sentiero partigiano, mi sembra quasi che si faccia una vaccinazione preventiva contro il ritorno di tendenze, orientamenti fascisti ed autoritari.

Perché il fascismo non è morto nell’aprile 1945. In quella data sono morti l’apparato, la struttura esterna (pur possente e micidiale). Ma il fascismo è una costante nella storia. Ed è una costante nella storia perché è una presenza (ora latente ora meno) nello stesso animo umano. Quando vedo un ostentato saluto romano o la sagoma istrionesca del Duce (come quello sulla spiaggia di qualche settimana fa), non sono l’atto o l’immagine che preoccupano, ma le pulsioni che ci stanno dietro  che quasi sempre sono: la visione positiva dell’uso della violenza, l’insofferenza per le chiacchiere della democrazia parlamentare, il fastidio per la presenza del problematico, del diverso, la propensione a sciogliere i nodi con il taglio dell’accetta piuttosto che con la sensibilità delle dita, il voler risolvere il problema della delinquenza invocando forche e plotoni di esecuzione. Sono queste prese di posizione, non propriamente nello spirito della Costituzione, che tante volte si sentono emergere nei discorsi. Contro di esse bisogna vaccinare e vaccinarsi perché una porzione di fascismo latente è anche nell’animo di ognuno di noi.

Poi è vero che le storture ci sono, che la corruzione c’è, che una puerile rissosità politica esiste e che le furberie ladronesche ci sono.

Qualcuno potrebbe anche dire allora che la Resistenza è stata fatta invano. E ci si scoraggia ci si perde d’animo. In realtà, anche causa i diffusi mezzi di comunicazione, bisogna tener conto che il male viene presentato e viene percepito in dimensioni più rilevanti del bene. Del bene che si fa non si parla perché non fa notizia.

Poi bisogna tenere presente un’altra cosa: la Resistenza non ci ha dato la giustizia sociale, la democrazia, la pace tutte in un colpo. No, la Resistenza ci ha fornito i mezzi, lo spazio e l’attrezzatura per realizzarle. E’ come una compagnia di escursionisti che volessero salire una montagna. Prima non avevano né scarponi, né piccozza, né giacca a vento. Adesso invece ci sono, ma lo sforzo di gamba, di polmoni, di cuore per salire verso la cima quello devi mettercelo tu, non te lo dà nessuno.

Così noi individualmente ogni giorno dobbiamo sforzarci ad essere, più tolleranti, più partecipativi, più ligi verso le regole e i doveri sociali, più dispensatori di valori, almeno verso i nostri figli.

Cose più facili a dirsi che a farsi, cose che richiedono notevole sforzo. E forse la pienezza della democrazia, della giustizia sociale, dell’onestà non la raggiungeremo mai perché l’assoluto non è delle cose umane. Ma almeno spingere, starci sotto.

Permettetemi un’ultima riflessione e poi finisco.

Le prime volte che venni in contatto con la figura di Freccia io la colsi come un segnale, un messaggio augurale di unità europea, perché la Resistenza è stata un fenomeno europeo, è stata un collante che ha rifondato e legato l’Europa su valori nuovi e su un’etica più umana.

Certo oggi parlare d’Europa (con la Brexit in atto, con i muri ventilati e i militari al Brennero) appare difficile. Ma in realtà io non sono così pessimista. Sono molte di più le cose che ci uniscono di quelle che ci dividono.

L’Europa è come un mare: le increspature, le onde agitate sono in superficie, le acque profonde sono calme e stabili.

Siamo, noi europei, uniti nel modo di intendere la democrazia, nel concepire la struttura dello stato, nell’istruzione dei giovani, nei comportamenti, nei gusti, nelle attività e negli obiettivi quotidiani; ci uniscono la cultura, la letteratura, l’arte, la musica, perfino le modalità di usare il tempo libero.

Non bastasse questo, stanno venendo avanti fenomeni nuovi e gravi che ci forzeranno all’unità perché sono fenomeni che si controllano solo con risposte globali: senza scomodare i commerci e la finanza, cito i cambiamenti climatici, il rischio ambientale, il terrorismo, gli spostamenti di popolazioni, il dare aiuti economici all’Africa (che non può trasformarsi in un bidone vuoto). Tali problemi li affronterà la Francia da sola, l’Italia, l’Austria o la Polonia da sole? Rischieremo di fare come il riccio che di fronte al rombo dell’auto si arrotola in se stesso credendo di salvarsi?

L’Europa ha sufficiente lucidità ed esperienza storica per non affogare, per questo io sono fiducioso sull’unità europea.

Written by: auserthiene