Discorso della Prof.ssa Raffaella Corrà del 25 aprile 2018

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Innanzitutto, un saluto al Sindaco, alle autorità qui presenti  e soprattutto a voi cittadini, che oggi, 25 aprile, Festa della liberazione dal nazifascismo, siete qui, in questo luogo altamente simbolico, nella Piazza dedicata a Giacomo Chilesotti, medaglia d’oro della Resistenza, ucciso il 27 aprile 1945, proprio nel momento in cui la sua lotta si concludeva con la vittoria.

Perché siamo qui? Siamo qui per “commemorare” cioè per ricordare insieme.

Noi siamo un paese senza memoria –scriveva Pier Paolo Pasolini nei suoi “Scritti corsari” –  Il che equivale a dire senza storia. L’Italia rimuove il suo passato prossimo.  I suoi vizi sono ciclici, si ripetono incarnati da uomini diversi con lo stesso cinismo, la medesima indifferenza per l’etica …

Se una persona perde la memoria, perde la sua anima, e questo vale anche per i popoli. Noi siamo qui per ricordare innanzitutto i giovani che sono saliti in montagna.  I loro non sono solo nomi incisi sulle lapidi, sui monumenti, o riportati nei libri di storia.

Erano ragazzi quelli che hanno scelto di mettere a repentaglio le loro vite e che in molti casi le hanno perse. Erano quasi tutti attorno ai vent’anni o poco più. Giovani come Nettuno, Loris, Silva, Bill, Falco. E ricordiamo Tilietto, Attilio Crestani, Presidente onorario dell’ANPI  che ci ha lasciato quasi un anno fa.

Tante forze, tante esperienze o nessuna, ma lo stesso nemico: il nazifascismo e la stessa  generosa speranza in un mondo libero e giusto. Magari non tutti all’inizio avevano una chiara coscienza politica, ma proprio la Resistenza è stata per loro una forma di apprendistato. Scrive Meneghello nei Piccoli maestriparlando di Antonio Giuriolo:  …eravamo solo un gruppo di studenti alla macchia, scrupolosi e malcontenti; con lui diventavamo tutta un’altra cosa. Per quest’uomo passava la sola tradizione alla quale si poteva senza arrossire dare il nome di italiana; stando vicini a lui ci sentivamo di entrare anche noi in questa tradizione. Sapevamo appena ripetere qualche nome,Salvemini, Gobetti, Rosselli, Gramsci, ma la virtù della cosa ci investiva. Eravamo catecumeni, apprendisti italiani.

Antonio Giuriolo, partigiano del Partito d’Azione, uomo di scuola  senza cattedra perché senza tessera del Partito Nazionale Fascista, aveva saputo infondere loro l’orgoglio di essere veri italiani, veri partigiani.

Non era il loro un esercito regolare, Solo con l’appoggio della popolazione civile, i resistenti potevano muoversi e operare nei territori sotto occupazione. La guerra di liberazione è stata quindi affiancata dalla resistenza civile: da quella parte della popolazione che dopo l’8 settembre  aprì le proprie case, nascose  a rischio della vita  i militari – italiani e alleati – sfuggiti alla prigionia,  accolse ebrei e partigiani.

Questa Resistenza più nascosta, meno epica, meno idealizzata forse, riguarda anche tante donne italiane: partigiane combattenti, staffette o magari solo
persone pronte a dare una mano, preparando una pentola di minestra o recuperando abiti civili per i militari in fuga dopo lo sbandamento dell’esercito. Ma, forse per la prima volta, pronte a decidere in prima persona da che parte stare.

Le staffette partigiane erano ragazze cresciute sotto la dittatura, formate nello  stereotipo della donna fascista. Sui manifesti della propaganda di guerra, l’immagine ricorrente era quella della madre del combattente, trepida ma orgogliosa, oppure della sposa teneramente china sul figlioletto in braccio. Queste donne hanno cambiato la loro vita nel momento in cui anche la storia faceva una svolta.  Anche qui da noi sono state tante: Mary Arnaldi, Lina Tridenti, Leda Scalabrin, Teresa Zolin. Tante altre.

Racconta Lina Tridenti, la staffetta dei Berici che era qui nel 2013, accanto all’indimenticata Mary Arnaldi, che diveniva quel giorno cittadina onoraria di Thiene:  Chilesottimi venne vicino e mi domandò: “Contenta?”.Si! Lo ero per esser lì a lottare per la pace, ma anche per il riconoscimento di quella specie di parità che era nuova e gratificante.

E’ stata un’assunzione di responsabilità, che si è poi, per tutte le italiane, concretizzata nel ’46 con la partecipazione al voto nel referendum istituzionale e l’elezione della Costituente.

Questa partecipazione collettiva e sotto diverse forme,di persone di diverso orientamento politico – figure carismatiche dell’antifascismo accanto a ex militari e a giovani di tutte le classi sociali renitenti alla leva – ancora oggi, a più di 70 anni di distanza, riscatta anche noi, la nostra dignità di italiani. Perché è vero che la Resistenza è stata un fatto europeo. Ovunque, dalla Francia alla Polonia, dall’Olanda alla Grecia, dove c’è stata  occupazione nazifascista, c’è stata Resistenza partigiana. Però la resistenza italiana ha avuto una valenza in più, perché noi uscivamo dal ventennio fascista. Quei giovani, quelle donne erano nati, o perlomeno cresciuti sotto il fascismo. Educati nelle scuole fasciste, indottrinati dalla propaganda fascista. Eppure hanno scelto di combattere per valori diametralmente opposti, di inseguire  il sogno di una società democratica e pluralista che non avevano mai conosciuto. La loro scelta  è una conferma che  l’uomo resta interiormente libero e responsabile di se stesso anche sotto le peggiori dittature.

Scrive Hannah Arendt;

Il fatto che l’uomo sia capace di azione significa che da lui ci si può attendere l’inatteso, che è in grado di compiere ciò che è infinitamente improbabile. E ciò è possibile solo perché ogni uomo è unico e con la nascita di ciascuno viene al mondo qualcosa di nuovo nella sua unicità. Di questo qualcuno che è unico si può fondatamente dire che prima di lui non c’era nessuno.

Ci sono generazioni – e quella di quei ragazzi è stata una – che si trovano  davanti a scelte difficili, estreme.Questo è avvenuto in Italia dopo l’armistizio reso noto l’8 settembre 1943,  la fuga del re e di Badoglio, il disfacimento dell’esercito.  L’Italia divenne un Paese diviso: a sud gli alleati risalivano lentamente la penisola, al centro-nord la Wehrmacht – ancora potente per uomini e mezzi – con un’operazione rapidissima, pose sotto occupazione gran parte del territorio.

Alcuni hanno accettato, per comodo, per paura, per malinteso senso di fedeltà e onore, di aderire alla repubblica collaborazionista di Salò e al governo fantoccio guidato da un Benito Mussolini. Non è il momento di processarli. Però i partigiani hanno scelto di stare dall’altra parte. Quella giusta.

Un luogo comune del revisionismo storiografico vorrebbe distinguere tra fascismo buono e fascismo cattivo. Il primo: il fascismo che veicola valori: l’onore, la patria, la famiglia, il fascismo capace di parlare alle masse, di garantire un’idea alta dello stato. Il fascismo cattivo sarebbe solo il frutto dell’alleanza con Hitler e avrebbe prodotto le leggi razziali e la disastrosa guerra di aggressione.

E’ una distinzione che non sta in piedi. Non è mai esistito un fascismo buono, fin dalle origini,  Il fascismo nasce dalla pratica della violenza squadrista, ha fondato il suo potere sull’assassinio politico, ha soppresso le libertà civili, perseguitato gli oppositori, manipolato l’informazione.

E  non vale neanche l’altro discorso: in fin dei conti il regime aveva consenso tra gli italiani. Non è il consenso la cartina di tornasole di una democrazia, ma quanto e se è possibile il dissenso.

Possiamo dire che la resistenza comincia già con la marcia su Roma, con i primi processi politici, la clandestinità, il fuoriuscitismo. E’ vero che gli antifascisti della prima ora non erano poi così tanti: erano quelli già politicizzati, che da prima militavano nei partiti dichiarati fuorilegge, nei sindacati smantellati.

Ma la guerra fascista a fianco della Germania di Hitler, l’occupazione dell’Italia sono stati uno spartiacque. Di combattere per Hitler e Mussolini non ne volevano sapere i soldati italiani  costretti a ritirate disastrose dai vari fronti d guerra. Per questo vi fu chi salì in montagna e chi – 600000 – preferì la deportazione nei campi di concentramento tedeschi piuttosto di indossare la divisa repubblichina. Molti di loro non sono più tornati.

Attraversato dalla Valdastico e dalla Valsugana, il territorio dell’alto vicentino era strategico per controllare le vie di comunicazione da e verso nord, anche in caso di ritirata, quella che nella primavera del ’45 divenne fuga precipitosa e distruttiva. Il nostro territorio quindi andò incontro a un vasto acquartieramento di truppe tedesche e di istituzioni della Repubblica di Salò – anche a Thiene – e un massiccio passaggio di soldati in ritirata attraverso le nostre valli.

Per questo la provincia di Vicenza è la provincia veneta che maggiormente ha contribuito alla guerra partigiana. Venti mesi durò questa guerra, durante i quali i tedeschi indietreggiarono lentamente verso nord, spogliando, devastando, facendo rappresaglie contro la popolazione civile e distruggendo quello che gli aerei alleati  non avevano abbattuto.

Sono stati quei ribelli a riscattarci come nazione protagonista della liberazione dalla  dittatura . Non c’è dubbio che il rovesciamento del regime fascista fu possibile grazie allo sbarco alleato, ma il rivolgimento non sarebbe stato così profondo, se non fosse stato preceduto e accompagnato dalla lunga cospirazione dei patrioti che in Patria e fuori agirono a prezzo di immensi sacrifici.

Quando Alcide De Gasperi, il 10 agosto del 1946,pronunciò il suo discorso alla Conferenza di pace di Parigi, era consapevole di rappresentare un Paese sconfitto, ma in nome della lotta di Liberazione, poté rivendicare: … la responsabilità e il diritto di parlare in qualità di democratico antifascista, come rappresentante della nuova Repubblica, che armonizza in sé le aspirazioni umanitarie di Giuseppe Mazzini, le concezioni universalistiche del cristianesimo e le speranze internazionalistiche dei lavoratori.

Con fierezza, De Gasperi si presentò non come esponente della monarchia collusa con il fascismo, ma della nuova Italia repubblicana, nata il 2 giugno. Poté ricordareagli alleatigli scioperi politici nelle industrie del nord, l’abile azione clandestina degli uomini dell’opposizione parlamentare antifascista. E ricordare ancheche le Forze armate italiane hanno preso parte attiva alla guerra contro la Germania.

C’è nella storia del movimento partigiano, un prima e un dopo la liberazione. Dopo il 25 aprile, una nuova fase si apriva per l’Italia. I sopravvissuti, tornati alle loro case, hanno ripreso le fila delle loro esistenze, formando quella società civile e quella classe amministrativa e politica che ha operato negli anni della ricostruzione per ridare non solo benessere economico all’Italia, ma anche onore dopo le tante scelte sbagliate del fascismo. Non c’è stata solo ricostruzione materiale ma anche morale, civile, di coscienza civica e di coscienza critica.

Quei valori fondanti la resistenza,che ritroviamo negli scritti, nei documenti, nelle lettere dei partigiani  sono stati trasferiti nella vita civile e sociale e costituiscono le radici fondanti della nostra Repubblica. Li ritroviamo nella Costituzione.

Dice Piero Calamandrei in un discorso agli studenti a Torino nel 1955:Dietro ogni articolo della Costituzione, o giovani, voi dovete vedere giovani come voi che hanno dato la vita perché la libertà e la giustizia potessero essere scritte su questa Carta.

Quali sono i valori per i quali i partigiani hanno combattuto?

L’idea di pace. Articolo 11 della Costituzione: L’Italia ripudia la guerra….

L’ideale della libertà personale. Articolo 2: La Repubblica riconosce e garantisce i diritti fondamentali dell’uomo…

L’ideale della giustizia. Articolo 3:Tutti i cittadini hanno pari dignità e sono uguali davanti alla legge, senza distinzioni di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

Sono l’opposto dei valori del fascismo. Vorrei ricordare la pagina vergognosa delle leggi razziali a 80 anni dalla loro promulgazione. Solo quelle basterebbero a dire che il fascismo non è difendibile.

La nostra Costituzione è nata da un compromesso, talora faticoso, tra forze politiche diverse. Ma questa mediazione è stata possibile proprio perché c’era accordo su principi che non possono essere oggetto di contrattazione, gli stessi  che avevano accomunato i partigiani di diverso orientamento politico, di diversa fede religiosa. E’ in nome di questi valori irrinunciabili che ancor oggi la resistenza non dovrebbe dividere, dovrebbe unire.

Ma dice ancora Calamandrei: la Resistenza non deve essere celebrata come un fatto consegnato al passatoColoro che hanno partecipato alla Resistenza si sono riconosciuti tra loro, distinguendosi  dai fascisti, ma anche dagli indifferenti per l’entusiasmo morale con cui hanno accettato di correre il rischio della morte per difendere valori ideali, I Partigiani ci hanno insegnato i valori della partecipazione.

Leggiamo allora Antonio Gramsci, che in Città futura scriveva ancora nel 1919:

Odio gli indifferenti. Credo che “vivere vuol dire essere partigiani”.  Chi vive veramente non può non essere cittadino, e parteggiare. Indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti. L’indifferenza è il peso morto della storia. Ciò che avviene, non avviene tanto perché alcuni vogliono che avvenga, quanto perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, … lascia promulgare le leggi che poi solo la rivolta farà abrogare, lascia salire al potere gli uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare.

Guai a lasciare spazio all’indifferenza.

Sappiamo anche troppo bene che ci sono ancora Paesi dove si muore per la libertà. C’è sempre bisogno  di Resistenza, siamo noi cittadini i guardiani della democrazie: tocca a noi vigilare sempre, recuperare l’idea di comunità, di bene comune, tener svegli impegno civile e coscienza critica.

Written by: auserthiene