Innanzitutto, un saluto al Sindaco, alle autorità qui presenti  e soprattutto a voi cittadini, che oggi, 25 aprile, Festa della liberazione dal nazifascismo, siete qui, in questo luogo altamente simbolico, nella Piazza dedicata a Giacomo Chilesotti, medaglia d’oro della Resistenza, ucciso il 27 aprile 1945, proprio nel momento in cui la sua lotta si concludeva con la vittoria.

Perché siamo qui? Siamo qui per “commemorare” cioè per ricordare insieme.

Noi siamo un paese senza memoria –scriveva Pier Paolo Pasolini nei suoi “Scritti corsari” –  Il che equivale a dire senza storia. L’Italia rimuove il suo passato prossimo.  I suoi vizi sono ciclici, si ripetono incarnati da uomini diversi con lo stesso cinismo, la medesima indifferenza per l’etica …

Se una persona perde la memoria, perde la sua anima, e questo vale anche per i popoli. Noi siamo qui per ricordare innanzitutto i giovani che sono saliti in montagna.  I loro non sono solo nomi incisi sulle lapidi, sui monumenti, o riportati nei libri di storia.

Erano ragazzi quelli che hanno scelto di mettere a repentaglio le loro vite e che in molti casi le hanno perse. Erano quasi tutti attorno ai vent’anni o poco più. Giovani come Nettuno, Loris, Silva, Bill, Falco. E ricordiamo Tilietto, Attilio Crestani, Presidente onorario dell’ANPI  che ci ha lasciato quasi un anno fa.

Tante forze, tante esperienze o nessuna, ma lo stesso nemico: il nazifascismo e la stessa  generosa speranza in un mondo libero e giusto. Magari non tutti all’inizio avevano una chiara coscienza politica, ma proprio la Resistenza è stata per loro una forma di apprendistato. Scrive Meneghello nei Piccoli maestriparlando di Antonio Giuriolo:  …eravamo solo un gruppo di studenti alla macchia, scrupolosi e malcontenti; con lui diventavamo tutta un’altra cosa. Per quest’uomo passava la sola tradizione alla quale si poteva senza arrossire dare il nome di italiana; stando vicini a lui ci sentivamo di entrare anche noi in questa tradizione. Sapevamo appena ripetere qualche nome,Salvemini, Gobetti, Rosselli, Gramsci, ma la virtù della cosa ci investiva. Eravamo catecumeni, apprendisti italiani.

Antonio Giuriolo, partigiano del Partito d’Azione, uomo di scuola  senza cattedra perché senza tessera del Partito Nazionale Fascista, aveva saputo infondere loro l’orgoglio di essere veri italiani, veri partigiani.

Non era il loro un esercito regolare, Solo con l’appoggio della popolazione civile, i resistenti potevano muoversi e operare nei territori sotto occupazione. La guerra di liberazione è stata quindi affiancata dalla resistenza civile: da quella parte della popolazione che dopo l’8 settembre  aprì le proprie case, nascose  a rischio della vita  i militari – italiani e alleati – sfuggiti alla prigionia,  accolse ebrei e partigiani.

Questa Resistenza più nascosta, meno epica, meno idealizzata forse, riguarda anche tante donne italiane: partigiane combattenti, staffette o magari solo
persone pronte a dare una mano, preparando una pentola di minestra o recuperando abiti civili per i militari in fuga dopo lo sbandamento dell’esercito. Ma, forse per la prima volta, pronte a decidere in prima persona da che parte stare.

Le staffette partigiane erano ragazze cresciute sotto la dittatura, formate nello  stereotipo della donna fascista. Sui manifesti della propaganda di guerra, l’immagine ricorrente era quella della madre del combattente, trepida ma orgogliosa, oppure della sposa teneramente china sul figlioletto in braccio. Queste donne hanno cambiato la loro vita nel momento in cui anche la storia faceva una svolta.  Anche qui da noi sono state tante: Mary Arnaldi, Lina Tridenti, Leda Scalabrin, Teresa Zolin. Tante altre.

Racconta Lina Tridenti, la staffetta dei Berici che era qui nel 2013, accanto all’indimenticata Mary Arnaldi, che diveniva quel giorno cittadina onoraria di Thiene:  Chilesottimi venne vicino e mi domandò: “Contenta?”.Si! Lo ero per esser lì a lottare per la pace, ma anche per il riconoscimento di quella specie di parità che era nuova e gratificante.

E’ stata un’assunzione di responsabilità, che si è poi, per tutte le italiane, concretizzata nel ’46 con la partecipazione al voto nel referendum istituzionale e l’elezione della Costituente.

Questa partecipazione collettiva e sotto diverse forme,di persone di diverso orientamento politico – figure carismatiche dell’antifascismo accanto a ex militari e a giovani di tutte le classi sociali renitenti alla leva – ancora oggi, a più di 70 anni di distanza, riscatta anche noi, la nostra dignità di italiani. Perché è vero che la Resistenza è stata un fatto europeo. Ovunque, dalla Francia alla Polonia, dall’Olanda alla Grecia, dove c’è stata  occupazione nazifascista, c’è stata Resistenza partigiana. Però la resistenza italiana ha avuto una valenza in più, perché noi uscivamo dal ventennio fascista. Quei giovani, quelle donne erano nati, o perlomeno cresciuti sotto il fascismo. Educati nelle scuole fasciste, indottrinati dalla propaganda fascista. Eppure hanno scelto di combattere per valori diametralmente opposti, di inseguire  il sogno di una società democratica e pluralista che non avevano mai conosciuto. La loro scelta  è una conferma che  l’uomo resta interiormente libero e responsabile di se stesso anche sotto le peggiori dittature.

Scrive Hannah Arendt;

Il fatto che l’uomo sia capace di azione significa che da lui ci si può attendere l’inatteso, che è in grado di compiere ciò che è infinitamente improbabile. E ciò è possibile solo perché ogni uomo è unico e con la nascita di ciascuno viene al mondo qualcosa di nuovo nella sua unicità. Di questo qualcuno che è unico si può fondatamente dire che prima di lui non c’era nessuno.

Ci sono generazioni – e quella di quei ragazzi è stata una – che si trovano  davanti a scelte difficili, estreme.Questo è avvenuto in Italia dopo l’armistizio reso noto l’8 settembre 1943,  la fuga del re e di Badoglio, il disfacimento dell’esercito.  L’Italia divenne un Paese diviso: a sud gli alleati risalivano lentamente la penisola, al centro-nord la Wehrmacht – ancora potente per uomini e mezzi – con un’operazione rapidissima, pose sotto occupazione gran parte del territorio.

Alcuni hanno accettato, per comodo, per paura, per malinteso senso di fedeltà e onore, di aderire alla repubblica collaborazionista di Salò e al governo fantoccio guidato da un Benito Mussolini. Non è il momento di processarli. Però i partigiani hanno scelto di stare dall’altra parte. Quella giusta.

Un luogo comune del revisionismo storiografico vorrebbe distinguere tra fascismo buono e fascismo cattivo. Il primo: il fascismo che veicola valori: l’onore, la patria, la famiglia, il fascismo capace di parlare alle masse, di garantire un’idea alta dello stato. Il fascismo cattivo sarebbe solo il frutto dell’alleanza con Hitler e avrebbe prodotto le leggi razziali e la disastrosa guerra di aggressione.

E’ una distinzione che non sta in piedi. Non è mai esistito un fascismo buono, fin dalle origini,  Il fascismo nasce dalla pratica della violenza squadrista, ha fondato il suo potere sull’assassinio politico, ha soppresso le libertà civili, perseguitato gli oppositori, manipolato l’informazione.

E  non vale neanche l’altro discorso: in fin dei conti il regime aveva consenso tra gli italiani. Non è il consenso la cartina di tornasole di una democrazia, ma quanto e se è possibile il dissenso.

Possiamo dire che la resistenza comincia già con la marcia su Roma, con i primi processi politici, la clandestinità, il fuoriuscitismo. E’ vero che gli antifascisti della prima ora non erano poi così tanti: erano quelli già politicizzati, che da prima militavano nei partiti dichiarati fuorilegge, nei sindacati smantellati.

Ma la guerra fascista a fianco della Germania di Hitler, l’occupazione dell’Italia sono stati uno spartiacque. Di combattere per Hitler e Mussolini non ne volevano sapere i soldati italiani  costretti a ritirate disastrose dai vari fronti d guerra. Per questo vi fu chi salì in montagna e chi – 600000 – preferì la deportazione nei campi di concentramento tedeschi piuttosto di indossare la divisa repubblichina. Molti di loro non sono più tornati.

Attraversato dalla Valdastico e dalla Valsugana, il territorio dell’alto vicentino era strategico per controllare le vie di comunicazione da e verso nord, anche in caso di ritirata, quella che nella primavera del ’45 divenne fuga precipitosa e distruttiva. Il nostro territorio quindi andò incontro a un vasto acquartieramento di truppe tedesche e di istituzioni della Repubblica di Salò – anche a Thiene – e un massiccio passaggio di soldati in ritirata attraverso le nostre valli.

Per questo la provincia di Vicenza è la provincia veneta che maggiormente ha contribuito alla guerra partigiana. Venti mesi durò questa guerra, durante i quali i tedeschi indietreggiarono lentamente verso nord, spogliando, devastando, facendo rappresaglie contro la popolazione civile e distruggendo quello che gli aerei alleati  non avevano abbattuto.

Sono stati quei ribelli a riscattarci come nazione protagonista della liberazione dalla  dittatura . Non c’è dubbio che il rovesciamento del regime fascista fu possibile grazie allo sbarco alleato, ma il rivolgimento non sarebbe stato così profondo, se non fosse stato preceduto e accompagnato dalla lunga cospirazione dei patrioti che in Patria e fuori agirono a prezzo di immensi sacrifici.

Quando Alcide De Gasperi, il 10 agosto del 1946,pronunciò il suo discorso alla Conferenza di pace di Parigi, era consapevole di rappresentare un Paese sconfitto, ma in nome della lotta di Liberazione, poté rivendicare: … la responsabilità e il diritto di parlare in qualità di democratico antifascista, come rappresentante della nuova Repubblica, che armonizza in sé le aspirazioni umanitarie di Giuseppe Mazzini, le concezioni universalistiche del cristianesimo e le speranze internazionalistiche dei lavoratori.

Con fierezza, De Gasperi si presentò non come esponente della monarchia collusa con il fascismo, ma della nuova Italia repubblicana, nata il 2 giugno. Poté ricordareagli alleatigli scioperi politici nelle industrie del nord, l’abile azione clandestina degli uomini dell’opposizione parlamentare antifascista. E ricordare ancheche le Forze armate italiane hanno preso parte attiva alla guerra contro la Germania.

C’è nella storia del movimento partigiano, un prima e un dopo la liberazione. Dopo il 25 aprile, una nuova fase si apriva per l’Italia. I sopravvissuti, tornati alle loro case, hanno ripreso le fila delle loro esistenze, formando quella società civile e quella classe amministrativa e politica che ha operato negli anni della ricostruzione per ridare non solo benessere economico all’Italia, ma anche onore dopo le tante scelte sbagliate del fascismo. Non c’è stata solo ricostruzione materiale ma anche morale, civile, di coscienza civica e di coscienza critica.

Quei valori fondanti la resistenza,che ritroviamo negli scritti, nei documenti, nelle lettere dei partigiani  sono stati trasferiti nella vita civile e sociale e costituiscono le radici fondanti della nostra Repubblica. Li ritroviamo nella Costituzione.

Dice Piero Calamandrei in un discorso agli studenti a Torino nel 1955:Dietro ogni articolo della Costituzione, o giovani, voi dovete vedere giovani come voi che hanno dato la vita perché la libertà e la giustizia potessero essere scritte su questa Carta.

Quali sono i valori per i quali i partigiani hanno combattuto?

L’idea di pace. Articolo 11 della Costituzione: L’Italia ripudia la guerra….

L’ideale della libertà personale. Articolo 2: La Repubblica riconosce e garantisce i diritti fondamentali dell’uomo…

L’ideale della giustizia. Articolo 3:Tutti i cittadini hanno pari dignità e sono uguali davanti alla legge, senza distinzioni di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

Sono l’opposto dei valori del fascismo. Vorrei ricordare la pagina vergognosa delle leggi razziali a 80 anni dalla loro promulgazione. Solo quelle basterebbero a dire che il fascismo non è difendibile.

La nostra Costituzione è nata da un compromesso, talora faticoso, tra forze politiche diverse. Ma questa mediazione è stata possibile proprio perché c’era accordo su principi che non possono essere oggetto di contrattazione, gli stessi  che avevano accomunato i partigiani di diverso orientamento politico, di diversa fede religiosa. E’ in nome di questi valori irrinunciabili che ancor oggi la resistenza non dovrebbe dividere, dovrebbe unire.

Ma dice ancora Calamandrei: la Resistenza non deve essere celebrata come un fatto consegnato al passatoColoro che hanno partecipato alla Resistenza si sono riconosciuti tra loro, distinguendosi  dai fascisti, ma anche dagli indifferenti per l’entusiasmo morale con cui hanno accettato di correre il rischio della morte per difendere valori ideali, I Partigiani ci hanno insegnato i valori della partecipazione.

Leggiamo allora Antonio Gramsci, che in Città futura scriveva ancora nel 1919:

Odio gli indifferenti. Credo che “vivere vuol dire essere partigiani”.  Chi vive veramente non può non essere cittadino, e parteggiare. Indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti. L’indifferenza è il peso morto della storia. Ciò che avviene, non avviene tanto perché alcuni vogliono che avvenga, quanto perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, … lascia promulgare le leggi che poi solo la rivolta farà abrogare, lascia salire al potere gli uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare.

Guai a lasciare spazio all’indifferenza.

Sappiamo anche troppo bene che ci sono ancora Paesi dove si muore per la libertà. C’è sempre bisogno  di Resistenza, siamo noi cittadini i guardiani della democrazie: tocca a noi vigilare sempre, recuperare l’idea di comunità, di bene comune, tener svegli impegno civile e coscienza critica.

Il magg. Wilkinson, qui caduto l’8 marzo 1945 diede il nome alla Missione britannica che operò nelle nostre zone dall’agosto 1944 fino alla Liberazione. Tutti i partigiani delle nostre prealpi e della pedemontana la conoscevano come Missione Freccia. Oltre che dal maggiore era composta dal capit. Woods, che siccome di nome faceva Cristoforo, i partigiani subito lo chiamarono Colombo. Alla Missione si aggiunse poi anche il (  ) Orr – Ewing, con nome di battaglia Dardo.

La Missione fu paracadutata in Paù il 12- 13 agosto 1944 per prendere visione direttamente sul campo delle forze partigiane locali.

Già altre missioni alleate erano state paracadutate al Nord, tra queste fu celebre nelle nostre zone La Marini-Rocco Service. Questa però era composta da soli ufficiali italiani e aveva inizialmente il compito di proteggere e salvare ex prigionieri alleati e curare i vettovagliamenti partigiani mediante gli aviolanci. La Missione Freccia invece era composta da ufficiali britannici appartenenti ai servizi segreti e appositamente addestrati. Essi avevano anche il compito di valutare la quantità e la qualità dei combattenti partigiani e di incidere pure nell’organizzazione delle formazioni. Obiettivo primario era quello di creare un Comando partigiano unico ed efficiente tra il Garda e il Brenta, con il quale gli Alleati potessero comunicare in modo immediato ed efficace nell’ipotesi (che in agosto era ancora in piedi) che la spallata finale ai nazisti fosse imminente.

Sicuramente la Missione aveva pure il compito di valutare gli orientamenti politici di questi combattenti, ma Freccia e Colombo, a onor del vero, seppero restare nel complesso neutrali, valutarono soprattutto l’efficacia militare delle formazioni, senza discriminare.

Thiene, giovedì 11 maggio, funerale di Attilio Crestani.
Saluto di Mario Faggion, già presidente provinciale dell’ANPI di Vicenza, al termine della Messa nel santuario della Madonna dell’Olmo.
Per Attilio Crestani “Tilietto – Schiratto” – (1922 – 7.5.2017 – 95 anni)
• Siamo venuti numerosi, con le nostre bandiere (dell’ANPI, dell’AVL, dell’ANCR); tante perché Attilio è un uomo noto e stimato ed è stato decorato di Medaglia di Bronzo al V.M. per l’attività nella Resistenza e c’è il labaro dell’ANPI provinciale con le sue medaglie a salutare per l’ultima volta Crestani, “Tilietto” come nome di battaglia anche “Schirato” (scoiattolo) per la sua prontezza, velocità e intelligenza nelle azioni: Attilio è stato un “combattente per la libertà e la giustizia” del Gruppo del Chiavone” della Brigata Mazzini; siamo qui ad onorarlo e anche ad esprimere la nostra solidarietà e il nostro cordoglio alla moglie Mariola Micheletto (al suo fianco nel matrimonio da 66 anni, ma con oltre 72 anni di conoscenza, avendola incontrata per la prima volta nell’ottobre 1944 durante la Resistenza), alle figlie Loretta e Anna Susi, ai generi, agli amati nipoti e a tutti i suoi Cari.
• Di Attilio parlano alcuni libri della Resistenza a Thiene e nei centri della Pedemontana (Fara Vicentino, Salcedo, San Giorgio di Perlena, Lugo, Calvene); il prof. Liverio Carollo ha raccolto le sue memorie in un testo uscito nel 2012 “Dall’Isonzo al Chiavone”; i suoi uomini di riferimento e comandanti sono stati Rinaldo Arnaldi “Loris” Medaglia d’oro al V.M., caduto il 6.9.1944 e il dottor Luigi Zoso (dall’ottobre 1944 alla Liberazione).
• La sua storia di combattente è conosciuta; è giusto tuttavia sottolineare alcuni tratti della sua personalità, dei suoi ideali, della sua esperienza nella Guerra di Liberazione, nel lavoro, nella famiglia, nella società.
• Nato a Contrada Bielli di Conco nel 1922 in una famiglia povera, con poca terra fertile, ha condiviso subito con i suoi genitori, le sorelle e i fratelli le ristrettezze e i disagi; così ha sviluppato fin da piccolo il “senso della famiglia” e l’impegno di tutti i suoi componenti ad aiutarsi, a sostenersi, a superare insieme le difficoltà. E questo “legame solidale” lui l’ha rafforzato nella casa delle Roste, in fondo al Chiavone Bianco, tra Fara e Salcedo, dove la famiglia si è trasferita nel 1928.
• Attilio ha frequentato la scuola elementare a Salcedo fino alla quarta, poi ha seguito tre anni la scuola serale con il prof. Giovanni Gasparotto, che ha contribuito alla sua formazione nell’adolescenza.
• Per la famiglia, nel frattempo, Attilio è stato custode di capre, aiutante contadino da Matteo Pavan, segantino (falciatore di erba a contratto) in Altopiano, recuperante, raccoglitore di nocciole, venditore abusivo di tabacco in foglia e altro ancora; così, con il contributo di tutti i suoi, la famiglia ha potuto comperare la prima mucca, poi un po’ di terreno e infine due mucche. In questo modo si è formato alla vita.
• Nella sua formazione, egli afferma, hanno contribuito i genitori, il prof. Gasparotto antifascista, Matteo Pavan (datore di lavoro, uomo di grande equilibrio), Nino Rodighiero che gli parlava di Matteotti (ecco la sua adesione all’ideale socialista) e gli incontri in contrada Chiavone, i filò nella stalla dei “Boneto” (di Pietro dalla Vecchia).
• Attilio è cresciuto coltivando i valori della famiglia, della solidarietà, della libertà dall’oppressione, della giustizia.
• L’esperienza della guerra in Slovenia (dal gennaio 1942 all’8 settembre 1943) ha contribuito alla sua maturazione di uomo e l’ha guidato nella scelta di entrare subito (il primo incontro a Fara c’è stato l’11 settembre 1943) nella lotta per la liberazione dell’Italia dallo straniero e dalla dittatura fascista.
• La sua condotta nella lotta partigiana è stata esemplare e patriottica, il suo gruppo (come del resto tutti i gruppi della Pedemontana) ha sempre goduto del sostegno delle contrade e della famiglie, che hanno donato ai “combattenti per la libertà e la giustizia” rifugio, cibo, calore umano, protezione (dalla fame, dal freddo, dal sonno). Così Attilio con il suo gruppo ha portato avanti il suo impegno dal settembre 1943 ai giorni della Liberazione, 25 aprile 1945 e giorni successivi, che hanno visto i partigiani in azione a Lugo, a Thiene, a Breganze, Mason, Schiavon e altri centri della Pedemontana.
• E dopo la Liberazione, con la conquista finalmente della pace, della libertà, della partecipazione democratica e del diritto ad impegnarsi alla costruzione di una società più giusta per tutti, Attilio, ha dedicato il suo tempo alla famiglia, alla società. Si è trasferito a Lugo di Vicenza e ha sposato Mariola. Hanno avuto due figlie e una lunga vita insieme. E’ stato operaio presso la cartiera “Burgo”; poi ha fatto il commerciante nel settore tessile e ha aperto pure un negozio di tessuti a Gorizia.
• Non ha trascurato, tuttavia, gli ideali della sua giovinezza. E’ stato presidente dell’ANPI di Thiene per quindici anni (poi l’hanno eletto presidente onorario). Fino all’ultimo è stato componente del Comitato Provinciale ANPI di Vicenza; partecipe, rispettato e ascoltato.
• Presente a tutte le manifestazioni in onore e in memoria dei caduti partigiani e civili della Liberazione; presente nelle scuole per trasmettere ai giovani l’amore per la libertà, per la democrazia, per la storia, per lo studio, per il loro avvenire. Presente, con la cara Mariola, ai tanti eventi culturali e patriottici.
• Attilio ero solito dire: “Noi siamo ancora impegnati per la democrazia, la giustizia, la libertà”. E chiedeva il rispetto e l’applicazione della Costituzione “per ritrovare la strada giusta, per l’educazione delle nuove generazioni e soprattutto per il bene dell’Italia”.
• Attilio mancherà ai suoi Cari, ma anche a tutti noi come uomo, cittadino, amico e compagno. Ci lascia però un grande esempio e un grande insegnamento. Ora dovremo impegnarci di più, anche per lui. “Grazie Attilio, della preziosa eredità che ci lasci; la metteremo a frutto; grazie e addio, che per i credenti è arrivederci nella pace. Ciao “Tilietto”!
tilietto

Tutti gli anni ci ritroviamo a percorrere i sentieri dei nostri cimiteri per rendere omaggio ai Partigiani, che vi riposano. Sono Giovani che, rischiando carcere, persecuzioni, torture, consapevoli di mettere in gioco anche la loro stessa vita, hanno voluto fare una scelta chiara di contrapposizione alla dittatura e di riconquista della liberta’. Questi Ragazzi, che ancora oggi piangiamo e onoriamo, avevano dei sogni da proporre, degli ideali da realizzare: volevano un mondo finalmete pacificato, giusto, onesto, generoso, un mondo umanamente migliore. Tutti quelli di loro, sopravvissuti alla guerra, si sono impegnati a realizzare i loro sogni e i loro ideali di democrazia per tutti gli italiani, donandoci delle leggi più’ giuste e offrendoci una Costituzione, che fino dalla sua promulgazione e’ stata considerata la migliore del mondo. Nel tempo, anche la nostra Costituzione ha evidenziato la necessita di qualche piccolo aggiornamento. Ma, dietro lo slogan tanto ricorrente quanto pretestuoso e assurdo: “ce lo chiedono gli italiani”, ci viene presentato, per essere appovato fra qualche mese attraverso il Referendum confermativo, un testo che ne stravolge tutta l’intelaiatura democratica.Credo che nei prossimi mesi dovremmo pacificamente valutare come e quanto i Partigiani, che oggi siamo venuti a onorare e ringraziare per il loro sacrificio, si sentirebbero traditi da noi se noi domani esprimessimo un voto favorevole ad accogliere nel nostro ordinamento una legge fondamentale del nostro stato, irrispettosa dei loro sogni, dei loro ideali e della loro idea di liberta’ e di giustizia.

Thiene, 23.04.2016

Eligio Bonato

Dico la verità, mi sento alquanto emozionato. E’ la prima volta che parlo in questo luogo significativo, in questa piazza dedicata alla grande anima del Comandante Giacomo Chilesotti. 

Ma sono anche orgoglioso di potere pubblicamente onorare i partigiani. Quella della Resistenza infatti è storia non ancora archiviata. Su di essa non è caduta la polvere delle cose trascorse. La nostra società e i valori su cui è impostata è emanazione diretta della resistenza partigiana. Un cordone ombelicale, che ci dà respiro, ci lega ancora oggi alla Resistenza. 

Sono attualmente frequentatissime le celebrazioni partigiane nell’arco dell’anno. Fioriscono pubblicazioni, incontri, dibattiti, escursioni sui luoghi della lotta, anche con le scuole, con gli studenti. 

Fino a 15-20 anni fa non era così. Io nella mia carriera scolastica ho avuto insegnanti che ricordo con profondo affetto perché mi hanno dato tanto sotto il profilo culturale ed umano, ma non ho mai sentito parlare di Resistenza. Eppure ho fatto le elementari a 300 m dal cippo dove cadde Silva. Anche nei libri scolastici la storia si fermava alla Prima Guerra Mondiale, oltre non si andò mai ai miei tempi di studente.